Ricerca

Gorgona, l’isola del riscatto: viaggio nell’ultimo carcere a cielo aperto d’Europa

Un articolo di Greta Di Chiara e Cecilia Tognoni (classe 2BS)

Utente Francesco Summa

da Francesco Summa

Docente

0

Gorgona, l’isola del riscatto: viaggio nell’ultimo carcere a cielo aperto d’Europa

Greta Di Chiara e Cecilia Tognoni (classe 2BS)

Tra percorsi di reinserimento, lavoro e una ritrovata dignità umana, l’ex colonia penale livornese sfida il concetto tradizionale di detenzione, puntando tutto sul valore del tempo e della responsabilità individuale.

Nel cuore del Mar Ligure, a poche miglia dalla costa toscana, si trova un posto molto diverso dal nostro immaginario di carcere, la Gorgona. La Gorgona non è solo un’isola di straordinaria bellezza naturale; dal 1869 rappresenta un tentativo unico nel panorama penitenziario europeo. È l’ultimo carcere-isola rimasto, un luogo in cui la pena non si sconta soltanto dentro una cella, ma vivendo a contatto con la natura e, soprattutto, con le proprie responsabilità.

Accedere a questo mondo non è automatico. Il percorso dei detenuti inizia nelle carceri tradizionali e soltanto dopo averci passato del tempo, ogni detenuto può fare richiesta del trasferimento alla Gorgona. Lì tutto ha inizio nella struttura delle “Capanne”, dove la libertà è ridotta e la sorveglianza più serrata. Solo chi dimostra una condotta impeccabile e un reale desiderio di cambiamento può ambire al passaggio all'”Articolo 21″, lo status di semi-libertà che stravolge il quotidiano.

Ad aiutarci a capire cosa significhi davvero vivere questa transizione è Aziz, un detenuto che ha scelto di raccontare la sua esperienza durante una delle visite guidate organizzate sull’isola, le quali si svolgono qualche volta al mese in giorni prestabiliti, il lunedì e il sabato. «Prima di arrivare qui ero in un carcere ordinario», racconta Aziz. «Ho fatto richiesta per la Gorgona perché sentivo il bisogno di un cambiamento. Prima di passare all’Articolo 21, ho trascorso un anno e mezzo nella struttura delle Capanne. È un percorso che richiede pazienza e, soprattutto, una condotta responsabile».

La vita sull’isola è scandita dai ritmi della produzione locale, ma nonostante ciò la Gorgona non è autosufficiente: ogni lunedì e sabato, la barca proveniente da Livorno porta con sé i viveri per la settimana e gli articoli ordinati dai detenuti. Sì, perché alla Gorgona è permesso ordinare beni dall’esterno, un’autonomia che rientra in quel processo di riavvicinamento alla normalità che caratterizza la struttura. I detenuti, infatti, possono permettersi ciò grazie allo stipendio che ricevono per il loro lavoro svolto quotidianamente nell’isola, mediamente sei ore.

In questo modo possono contribuire alle spese di mantenimento dello Stato e, fondamentale, accantonare risparmi per la vita che li attende una volta scontata la pena. «Ho lavorato inizialmente nel settore agricolo», prosegue Aziz, «ma non era la mia strada. Sono passato al forno: la mia passione è cucinare e qui ho avuto la possibilità di praticarla». Questa opportunità di trovare una mansione gratificante è uno dei pilastri del sistema gorgonese, che ha come obiettivo il reinserimento: il passato difficile, ci dicono, è qualcosa che si può, e si deve cambiare, ricostruendo la propria identità in modo da riscattarsi.

Una delle modalità è far acquisire competenze spendibili nel mondo del lavoro. Infatti, il carcere collabora con importanti realtà esterne, come l’azienda vinicola Frescobaldi, offrendo ai detenuti la possibilità di concludere la pena lavorando in contesti professionali.

Un’altra grande rivoluzione dell’isola risiede nel modo in cui vengono gestite le visite. Gli spazi distanti dalle mura detentive classiche pensati per i bambini permettono un approccio diverso: «Ogni detenuto ha diritto a 8 chiamate e 8 videochiamate al mese», spiega Aziz, «e 4 colloqui che durano dal mattino alla sera. Durante i quali si crea un’atmosfera più serena e “normale” rispetto alle carceri tradizionali, dove l’impatto dei colloqui è spesso traumatico».

Anche la gestione del tempo libero è peculiare per chi vive nell’Articolo 21: «Abbiamo dieci giorni di riposo al mese», racconta Aziz, «e durante le pause condividiamo i pasti con gli altri, ma abbiamo anche la possibilità di usufruire della nostra cucina personale. Io uso il mio tempo libero per correre, allenarmi, giocare a calcio o semplicemente fare passeggiate godendomi il panorama. L’anno scorso abbiamo persino organizzato un torneo di calcetto con degli studenti di Livorno». Però anche chi è nelle Capanne ha accesso alla palestra e alla sala musica.

Aziz non ha dubbi sull’efficacia dell’esperienza gorgonese, perciò risponde così alla richiesta riguardo a un parere personale sulla Gorgona: «Penso che sia un posto decisamente migliore rispetto alle carceri tradizionali», confessa. «Lo trovo infinitamente più efficace per il reinserimento sociale: qui si impara a tornare a vivere davvero, una volta scontata la pena».

Gorgona, dunque, si conferma un modello di integrazione funzionale. Qui il detenuto non è un numero, ma una persona che lavora, si relaziona e progetta il domani. In un’epoca in cui il dibattito sulle condizioni carcerarie è sempre acceso, l’isola rimane un esempio prezioso di come, attraverso la fiducia e l’impegno, sia possibile trasformare la detenzione in un’opportunità di rinascita.