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Chi era Filippo Buonarroti

Chi era Filippo Buonarroti? Un breve profilo del rivoluzionario pisano cui è intitolata la nostra scuola.

FILIPPO BUONARROTI, IL PISANO RIVOLUZIONARIO

Filippo Buonarroti, nato il 11 novembre 1761 a Pisa, proveniva dal ramo Buonarroti – Simoni della famiglia di Michelangelo. Cresciuto in un ambiente patrizio, ma non ricco, ricevette un’educazione tradizionale. Tra il 1778 e il 1782 studiò legge all’Università di Pisa, dove fu allievo del giusnaturalista Giovanni Maria Lampredi, che probabilmente lo introdusse agli scritti dei filosofi francesi. Questo periodo segnò l’inizio del suo interesse per le idee illuministiche e rivoluzionarie. Nel 1786 si trasferì a Firenze e aprì una libreria, utilizzandola come veicolo per diffondere il pensiero rivoluzionario. La sua attività fu presto ostacolata dalla polizia granducale, che confiscò i suoi libri “infami e osceni”. Nonostante ciò, Buonarroti continuò la sua lotta per le idee della rivoluzione, pubblicando un settimanale in francese, “Journal politique”, nel 1787. In questo periodo si avvicinò alla massoneria, una delle strutture che avrebbe sostenuto durante la sua militanza politica.
Nel 1789, con l’inizio della Rivoluzione Francese, Buonarroti si sentì profondamente ispirato dai cambiamenti in corso. Lasciò la Toscana e si rifugiò in Corsica, dove credeva che la libertà fosse più vicina da raggiungere. Lì, pubblicò il “Giornale patriottico di Corsica”, il primo periodico rivoluzionario in italiano.
In questo giornale, Buonarroti esprimeva la sua visione di una società agricola egualitaria, critica nei confronti del commercio e dell’industria, e influenzata dal pensiero di filosofi come Mably e Rousseau. Si oppose anche alle religioni rivelate, sostenendo una religione naturale e basando la sua visione politica sul concetto di “volontà generale”.
Le sue attività in Corsica gli procurarono nemici tra i sanfedisti di Bastia, che lo costrinsero a fuggire temporaneamente in Toscana nel 1791, per poi essere bandito definitivamente l’anno successivo. Dopo aver ottenuto la cittadinanza francese, Buonarroti partecipò a una fallita spedizione contro la Sardegna nel 1793, evento che portò alla rottura con Pasquale Paoli, leader dei rivoluzionari della Corsica, che accusò di tradimento. Buonarroti, insieme a Napoleone Bonaparte, si schierò con la Convenzione nazionale. Nel maggio 1793, Buonarroti si trasferì definitivamente a Parigi, dove entrò in contatto con Robespierre e fu nominato agente rivoluzionario per l’esercito d’Italia.
La sua esperienza politica a Oneglia (1794-1795) fu significativa: governò un territorio occupato dalle forze francesi, cercando di instaurare un regime coerente con i principi giacobini. Tuttavia, quando Robespierre cadde nel 1794, Buonarroti, pur dimettendosi, non fu subito arrestato, probabilmente perché la sua figura non sembrava ancora minacciosa per il regime termidoriano.
Fu arrestato nel 1795, dopo aver confiscato un feudo, e imprigionato fino all’amnistia del 1796. Nel periodo di prigionia, Buonarroti rifletté sulla Rivoluzione e sulle sue cause, arrivando alla conclusione che solo l’instaurazione di un’eguaglianza assoluta avrebbe potuto concludere la Rivoluzione. Questo pensiero maturò ulteriormente nei mesi seguenti, quando, dopo la sua liberazione, partecipò alla cospirazione degli “Eguali” guidata da Gracchus Babeuf. Il gruppo mirava a instaurare un regime di completa uguaglianza economica, sostenendo una rivoluzione che avrebbe annullato le differenze sociali.
La congiura fallì e Buonarroti fu nuovamente arrestato e condannato a vita in esilio. Durante gli anni di prigionia e confinamento, prima a Cherbourg e poi a Sospello, Buonarroti continuò la sua attività politica e cospirativa, in particolare in Italia, dove cercò di unificare le forze patriottiche italiane sotto una bandiera rivoluzionaria.
Nel 1806, ottenendo il permesso di stabilirsi a Ginevra, dove trascorse diciotto anni, Buonarroti intensificò la sua attività settaria, fondando una nuova organizzazione rivoluzionaria, i “Sublimi Maestri Perfetti”. Quest’organizzazione si basava su un sistema di gradi iniziatici, nei quali venivano trasmesse idee egualitarie e comunistiche, riservando il programma completo solo ai membri più alti. Nel 1823, le sue attività furono scoperte dalle autorità austriache, e Buonarroti fu costretto a lasciare Ginevra e trasferirsi a Bruxelles.
Qui, continuò a espandere la sua rete di cospiratori e a scrivere, pubblicando nel 1828 la “Conspiration pour l’égalité dite de Babeuf”, un testo che riproponeva le idee della rivoluzione sociale in chiave egualitaria.
Il suo lavoro influenzò il nascente movimento socialista e repubblicano in Europa. Dopo la rivoluzione di luglio del 1830 in Francia, Buonarroti tornò a Parigi, dove riprese la sua lotta per la repubblica e il socialismo. I suoi ultimi anni furono caratterizzati da un’intensa attività politica, sia in Francia che in Italia, influenzando i gruppi socialisti e i movimenti operai.
La “Conspiration” divenne un testo fondamentale per i gruppi più avanzati del movimento operaio francese, tra cui quelli che avrebbero partecipato alle rivoluzioni del 1848. Morì il 16 settembre 1837, lasciando un’eredità politica che avrebbe continuato a influenzare i movimenti socialisti e comunisti nei decenni successivi. Le sue idee, incentrate sulla lotta per l’uguaglianza economica e sociale, anticiparono molti concetti che sarebbero stati sviluppati dal marxismo e dal socialismo scientifico.
Filippo Buonarroti è considerato una delle figure più importanti del “socialismo utopistico” e un precursore del comunismo moderno. Le sue idee hanno ispirato generazioni di rivoluzionari, contribuendo a creare le basi per le lotte politiche e sociali del XIX e XX secolo. La sua convinzione che una società giusta dovesse basarsi sulla completa uguaglianza tra gli individui rimane un concetto centrale nel pensiero socialista.
Ancora oggi, Buonarroti è ricordato come un esempio di impegno rivoluzionario e di lotta per la giustizia sociale.

Filippo Buonarroti, Analisi della dottrina di Babeuf, tribuno del popolo, proscritto dal Direttorio esecutivo per aver detto la verità (1796).

Manifesto che venne attaccato su tutti i muri di Parigi all’indomani dell’approvazione della Costituzione del 1795:
I La natura ha dato a ogni uomo un diritto uguale al godimento di tutti i beni.
II Lo scopo della società è di difendere questa uguaglianza spesso attaccata dal forte e dal malvagio nello stato di natura, e di aumentare, per mezzo del concorso di tutti, i godimenti comuni.
III La natura ha imposto a ognuno l’obbligo di lavorare. Nessuno ha potuto sottrarsi al lavoro senza commettere un crimine.
IV Il lavoro e il godimento devono essere comuni a tutti.
V Vi è oppressione quando l’uno si sfinisce per il lavoro e manca di tutto, mentre l’altro nuota nell’abbondanza senza fare niente.
VI Nessuno ha potuto, senza commettere un crimine, appropriarsi esclusivamente dei beni della terra o dell’industria.
VII In una vera società non ci devono essere né ricchi né poveri.
VIII I ricchi che non vogliono rinunciare al superfluo in favore degli indigenti sono nemici del popolo.
IX Nessuno può, attraverso l’accumulazione di tutti i mezzi, privare un altro dell’istruzione necessaria alla sua felicità: l’istruzione deve essere comune.
X Lo scopo della rivoluzione è distruggere l’ineguaglianza e ristabilire la felicità di tutti.
XI La rivoluzione non è finita, perché i ricchi assorbono tutti i beni e comandano in modo esclusivo, mentre i poveri, lavorando come veri schiavi, languiscono nella miseria e non sono niente nello stato.
XII La costituzione del ‘93 è la vera legge dei Francesi:perché il popolo l’ha solennemente accettata; perché la convenzione non aveva il diritto di cambiarla; perché, per arrivare a questo, ha fatto fucilare il popolo che ne reclamava l’esecuzione; perché ha cacciato e sgozzato i deputati che facevano il loro dovere difendendola; perché il terrore contro il popolo e l’influenza degli emigrati hanno presieduto alla redazione e alla pretesa accettazione della costituzione del 1795, che non ha ricevuto nemmeno la quarta parte dei voti che aveva ottenuto quella del 1793; perché la costituzione del 1793 ha consacrato i diritti inalienabili per ogni cittadino di acconsentire alle leggi, di esercitare i diritti politici, di riunirsi in assemblea, di reclamare ciò che ritiene utile, di istruirsi e di non morire di fame, diritti che l’atto contro-rivoluzionario del 1795 ha apertamente e completamente violato.
XIII Ogni cittadino è tenuto a ristabilire e difendere, nella costituzione del 1793, la volontà e la felicità del popolo.
XIV Tutti i poteri emanati dalla presunta costituzione del 1795 sono illegali e controrivoluzionari.
XV Quelli che hanno messo le mani sulla costituzione del 1793 sono colpevoli di lesa maestà popolare.

Il testo è il contributo delle studentesse e degli studenti della classe 4^BS (a.s. 2024/2025) del Liceo Buonarroti di Pisa, pubblicato nel volume “Chi era? La storia degli illustri personaggi delle scuole pisane” edito in occasione della Festa della Toscana da Comune di Pisa, Provincia di Pisa e Consiglio regionale della Toscana.

La tomba di Filippo Buonarroti nel cimitero di Montmartre a Parigi